Questo sito utilizza i cookies, anche di terze parti. Per continuare a navigare sul sito è necessario accettare l'utilizzo dei cookies.
Ti invitiamo a leggere la Cookies Policy.

In order to improve user's experience this site uses cookies. To keep on browsing the site you must accept cookies
by pressing "Accetto" button here on the right. More info on Cookies Policy page (italian).
 

Amore, amore...

Pubblicato il 21/11/2016
clic

Quando ci si innamora di chi ci maltratta
 
Come è possibile? Eppure…

Anna si presenta una mattina in ufficio con un occhio nero. Non è la prima volta. La sua collega Giulia, che nel tempo è diventata amica e confidente, sa leggere dentro a quell’occhio pesto, sa leggere anche oltre quell’espressione che sembra serena, ad uno sguardo superficiale.
Giulia vorrebbe chiedere ad Anna cosa può averla ridotta così, ma lo sa già. Sa che per l’ennesima volta Luca, il violento compagno di Anna, l’ha colpita con una scusa qualsiasi, l’ha insultata, minacciata, umiliata. Peggio, e di questo Giulia proprio non si capacita, sa che Anna sta per pronunciare sorridendo le rituali parole: “non è niente, figurati, un piccolo incidente”.
Giulia ha provato più volte a convincerla a interrompere questa relazione, ma Anna è molto lontana da una decisione simile, anzi. Ai suoi occhi Luca è una persona meravigliosa, intensa, con un carattere forte che non è facile capire, ma lei ci riesce.
 
Ci sono molte storie di relazioni complesse, a volte incomprensibili, in cui un membro della coppia vive ripetutamente gesti di violenza fisica, verbale o psicologica, apparentemente senza accorgersene, minimizzando o addirittura giustificando l’altro membro. La situazione è molto chiara da fuori: parenti e amici della vittima, comprensibilmente preoccupati, si sperticano in aiuti e consigli, in esortazioni a interrompere immediatamente la relazione, a mettersi in salvo. Ma, sorprendentemente, la vittima continua a giustificare o addirittura idealizzare il partner, a sottovalutare gli effetti di azioni che a qualsiasi occhio esterno risultano inaccettabili.
 
Ma perché Anna sembra essere l’unica a non capire la gravità della situazione? Come è possibile che l’amore sia cieco fino al punto da mettere a repentaglio salute e incolumità fisica? È amore arrivare a idealizzare una persona che ci maltratta?
Ferenczi (1933) aveva battezzato questo fenomeno “identificazione con l’aggressore”: un processo di dipendenza relazionale dal responsabile dell’esperienza traumatica che porta a indentificarsi con lui, ad assumerne le convinzioni, persino a proteggerlo.
La teoria dell’Attaccamento (Bowlby, 1969) permette di comprendere come tutto questo possa accadere.
Arrivare a identificarsi con il proprio aggressore, proteggerlo, significa essere passati probabilmente attraverso uno sviluppo traumatico, un’esperienza di vita in cui sopravvivere significava sapere prevedere l’aggressività di chi aveva il compito di prendersi cura. Se cercassimo nella storia di Anna troveremmo probabilmente una figura di riferimento (un caregiver, usando la terminologia dell’Attaccamento) che ha usato abusi su di lei, di diverso tipo, che ha sfogato su Anna una rabbia cieca e violenta costringendola a inventarsi un modo per proteggersi, per arginare la furia. Cosa può fare una bambina di fronte ad un adulto aggressivo? Poco o niente, se non imparare ad assecondarlo e a convincersi intimamente che il "grande" sa quello che sta facendo, che probabilmente è giusto così e che magari se farà la brava le cose si sistemeranno.
Ma le cose non si sistemano e questo meccanismo diventa un’abitudine, diventa un Modello Operativo Interno, diventa cioè uno schema per approcciare la realtà, per cui Anna, senza accorgersene, finisce per immaginare che questo è ciò che si può aspettare dalle persone e che è questo che accade quando ci si vuole bene. Perché mio papà (mia mamma, mio zio, mio cugino, ecc.) mi vuole bene.
E Anna, inconsciamente, ce la metterà tutta per consolidare questo schema interno, perché l’alternativa sarebbe veramente inaccettabile, insostenibile, per la mente di una bambina: l’alternativa è diventare consapevole che chi è preposto a prendersi cura di me, a proteggermi, è invece esattamente la persona da cui devo scappare.

Semplicemente, non è un’alternativa.
Scrivi qui il tuo commento:

Commenti pervenuti

Non ci sono ancora elementi